TERZA PAGINA CULTURALE
La Terza pagina è storicamente, lo spazio che il Sito del Comitato Diocesano San Gennaro Guardia d'Onore alla Cripta dedica alla cultura e rappresenta uno spazio proficuo e importante per la crescita culturale di tutti gli Associati e per tutti i graditi visitatori del nostro sito. La pagina è curata dal Prof. Gennaro Giannattasio nostro Addetto Stampa.
GIUSEPPE NAVARRA:
" CE PENZO JE. 'O TESORO E SAN GENNARO 'O VACO A PIGLIA' IO STESSO
Ero un ragazzino quando al cinema assistetti alla proiezione de "Il re di Poggioreale". Un bel film, interpretato da un ottimo Ernest Borgnine, che raccontava l'eccezionale impresa compiuta nel 1947 da Giuseppe Navarra, il guappo che divenne famoso nel dopoguerra per aver riportato a Napoli il tesoro di San Gennaro. La vicenda, che ha per protagonisti Navarra e l'inestimabile tesoro del Santo, prende avvio negli anni della seconda guerra mondiale quando, per salvaguardare il tesoro dai bombardamenti alleati che infierivano sulla città, i preziosi furono prima trasportati nel monastero di Montecassino e poi, un poco prima che questo fosse distrutto dai bombardamenti aerei, in Vaticano dove rimasero fino al 1947.
Terminata la guerra si pose il problema di riportare il tesoro nella cattedrale di Napoli. Non era per niente facile. Le strade erano interrotte o sconnesse, e per di più infestate da bande di criminali affamati. Un problema assai difficile da risolvere anche per le stesse forze dell'ordine, visti i costi e le difficoltà che avrebbe richiesto il trasporto. Della cosa se ne occupava lo stesso sindaco del tempo, Giuseppe Buonocore, che indisse una riunione di giunta per trovare una soluzione praticabile. Alla riunione, presso il palazzo comunale, si presentò inaspettatamente Giuseppe Navarra, un uomo d'onore dall'aria molto sicura di sé; un guappo perbene assai conosciuto in città col soprannome di "Re di Poggioreale". Costui avanzò la propria candidatura a riportare il tesoro di San Gennaro in cattedrale. A quelle parole gli assessori storsero la bocca non riuscendo a nascondere la loro perplessità. Fu allora che Navarra, rivolto agli assessori, pronunciò la prima delle due frasi destinate a rimanere nella storia della città:" NUN SACCIO COMME VE VECO. PARLATE!". Gli assessori, impressionati dai suoi modi energici e risoluti, si fidarono di lui e gli affidarono l'incarico. Il guappo se ne uscì allora con l'altra frase storica:" CE PENZO JE. 'O TESORO 'E SAN GENNARO 'O VACO A PIGLIA' JE STESSO".
E così fu. Due giorni dopo il "Re di Poggioreale " munito di un lasciapassare firmato dal cardinale Alessio Ascalesi, e di un tesserino di vicesindaco-aggiunto rilasciatogli dal Comune di Napoli, si recò all'alba con la sua automobile a prelevare il vecchio principe Stefano Colonna (tesoriere della Deputazione di San Gennaro) e insieme, dopo qualche ora, raggiunsero il Vaticano. Il viaggio di ritorno, con l'automobile zeppa di ori e gioielli, fu periglioso, funestato da un acquazzone memorabile e da un posto di blocco dei carabinieri che lasciarono ripartire Navarra e il principe solo dopo che don Peppino ebbe mostrato loro il tesserino di vicesindaco. Come Dio volle, dopo altre peripezie, l'oro di Napoli tornò in città nella tarda serata. Si racconta che il cardinale, in segno di riconoscenza, voleva regalare al "Re di Poggioreale" centomila lire (una grossa somma per l'epoca) , ma che don Peppino rifiutò chiedendo solo di baciargli l'anello. Navarra diventò così un eroe per tutti i napoletani.
Alla fine degli anni "40, per delle imposte non pagate, il vecchio guappo finì in carcere. Dopo soli 12 giorni di prigione il capo dello Stato, Luigi Einaudi, informato sul personaggio, gli concesse la grazia.
Il 31 ottobre p.v. avrà inizio il ciclo di conferenze del Comitato Diocesano San Gennaro Guardia d'Onore alla Cripta, denominato "I Venerdì Culturali". Sono incontri pomeridiani, dalle ore 18:00, nei venerdì dal 31 ottobre al 17 aprile, la Sala On. Gennaro Alfano ospiterà un ciclo di conferenze di approfondimento storico, giuridico e religioso. Scarica la brochure informativa e il relativo invito.
IL PIU’ GRANDE MIRACOLO DI GESU’: LA RESURREZIONE DI LAZZARO
La famiglia di Lazzaro di Betania fu profondamente beneficata dal Signore con due tra i più grandi miracoli compiuti durante i tre anni di vita pubblica: la conversione di Maria di Magdala (secondo alcune tradizioni la figura di Maria Maddalena, o di Magdala, viene identificata con quella di Maria di Betania, sorella di Marta e del risorto Lazzaro) e la resurrezione di Lazzaro, già morto e sepolto da quattro giorni e il cui cadavere era ormai in avanzato processo di decomposizione. Una putrefazione cominciata già ben prima della morte a causa di una cancrena, allora non curabile, che gli aveva attaccato le gambe. Fu il più spettacolare dei tanti miracoli operati dal Signore; ma altrettanto importante, anche se meno appariscente, fu la conversione, totale, di Maria di Magdala, dalla quale il Maestro – secondo il Vangelo di Luca - aveva cacciato sette demoni.
La famiglia di Lazzaro, il grande amico e benefattore di Gesù, era veramente una famiglia speciale, tra le più ricche e prestigiose della Palestina.
Lazzaro, circa trentacinquenne ai tempi di Gesù, era figlio di Teofilo, uno degli uomini più potenti ed influenti del tempo, che lasciò ai figli non solo tantissime proprietà, ma anche un nome onorato e rispettato. Ai tempi in cui Gesù cominciò a predicare la Buona Novella Lazzaro era già sofferente alle gambe, che mostravano piaghe sempre più gravi e dolorose. Il giovane portava le gambe entrambe fasciate. Cosa che rendeva la sua deambulazione lenta e dolorosa. Uno dei passatempi preferiti di questo giovin signore, uno dei pochi che gli consentiva la sua patologia, era la lettura. Il figlio di Teofilo leggeva moltissimo e, come tanti altri ebrei dell’epoca aspettava l’avvento del Messia, come era stato profetizzato dalle Sacre Scritture. Così, quando l’apostolo Simone, detto lo zelote (che Gesù aveva guarito dalla lebbra, la malattia che allora faceva più paura perché contagiosissima), amicissimo di Lazzaro, condusse il Maestro a Betania (la residenza di quella famiglia), fin dalle prime parole che uscirono dalla bocca del Signore, Lazzaro capì di trovarsi in presenza dell’atteso Messia, ovvero del Figlio di Dio fatto uomo. Da quel momento i due diventarono amici e più volte il figlio di Teofilo soccorse Gesù e i suoi apostoli. Ci potrebbe chiedere a questo punto come mai il Redentore - che faceva continuamente miracoli nella sua quotidiana ed infaticabile opera di evangelizzazione, risanando ciechi, storpi, lebbrosi, malati d’ogni tipo e, addirittura aveva già risuscitato dalla morte altre due persone: la figlia di Giairo e il figlio della vedova di Naim - non intervenne per sanare il suo amico di Betania, né gli lenì le terribili sofferenze.
Non lo fece perché quel dolore rientrava nei piani salvifici di Dio, come si capì prima dell’ultima Pasqua che precedette la cattura e la condanna a morte di Cristo.
A Betania non si viveva solo il dramma causato dalla terribile cancrena che affliggeva il povero giovane. Un altro terribile dolore angosciava il figlio di Teofilo e sua sorella Marta: la vita dissoluta condotta dall’altra bellissima sorella, Maria di Magdala, che passava da un amore all’altro provocando scandali e chiacchiere a non finire. I genitori di quei tre giovani erano morti già da qualche anno e probabilmente la loro vecchiaia era stata avvelenata proprio da questi dispiaceri familiari. Le due sorelle erano diverse non solo fisicamente, ma, soprattutto, moralmente. Marta, come oggi si direbbe, era una donna saggia e buona, tutta casa e chiesa, che badava all’amministrazione della proprietà e che non aveva mai dato pensieri ai genitori, né mai osato alcuna trasgressione. Maria, era una delle più belle donne di quel tempo: alta, bionda, statuaria e incantevole, dava un po’ l’idea di una venere ebrea. Il suo stile di vita era agli antipodi rispetto a quello di Marta. Probabilmente aveva una di quelle malattie che spingono chi ne soffre a cercare conforto in sempre nuovi partner. Il suo comportamento era una continua sofferenza per gli altri due fratelli. In più di un’occasione capitò che Maria, quasi per caso, ascoltò Gesù mentre predicava. Questo provocò in lei una grande impressione. Furono i primi segni di una conversione prodigiosa, anzi di un miracolo che si realizzò irresistibilmente perché Maria di Magdala, rispose con tutta la sua buona volontà, e con penitenze d’ogni tipo, ai desideri del Signore. La donna, che per anni aveva scandalizzato tutti con la sua condotta di vita, fu toccata nel cuore dalle parole di Gesù cambiando radicalmente la sua vita per la sola forza della volontà e dell’amore. Più di una volta la donna, pentitasi amaramente dei suoi trascorsi, bagnò di lacrime i piedi del Maestro asciugandoglieli poi con i suoi capelli.
Quella straordinaria conversione anticipò di poco la resurrezione di Lazzaro. Le condizioni del giovane erano infatti assai peggiorate e le due sorelle, temendo per la sua vita, avevano mandato a chiamare il Suo amico. Gesù, stranamente, non accorse subito al capezzale dell’infermo. Lasciò passare del tempo prima di recarsi a Betania. Quando si decise a farlo Lazzaro era già morto e sepolto da quattro giorni. Un comportamento che sorprese tutti e che venne malevolmente criticato dai suoi nemici. I sinedristi, gli scribi e i farisei da tempo non aspettavano che un passo falso del Maestro (come da tanti veniva chiamato Gesù) per attaccare quello che essi non ritenevano il Figlio di Dio.
Ma analizziamo un poco questo miracolo che segna lo spartiacque fra il prima e il dopo. Gesù nella sua qualità di Figlio di Dio poteva benissimo compiere miracolo su Lazzaro, intervenire in tempo prima che morisse, ma non volle farlo. Egli capiva benissimo il peso ed il significato che avrebbe avuto quella resurrezione. Avrebbe convertito i giudei di retto pensiero e reso folli di rabbia i suoi nemici. Sapeva anche che da questo miracolo sarebbe scaturita la Sua condanna a morte, ma Egli era venuto al mondo per questo. Questa era la missione affidatagli dal Padre. Aveva quindi bisogno, per convincere i più ostinati e i più scettici, di un miracolo di prima grandezza. E quale miracolo più grande della resurrezione di un cadavere già sepolto da quattro giorni e ormai in fase di una avanzata putrefazione? Questo miracolo, inoltre, irrobustì anche la fede degli apostoli ( convincendo Giuda al tradimento). Il ritorno alla vita di un uomo sepolto da più giorni e sceso nella tomba dopo lunga, cronica e ripugnante malattia non poteva lasciare indifferenti nessuno, neppure i più dubbiosi. Ad aumentare la potenza del miracolo Gesù volle che Lazzaro fosse sciolto dalle bende piene di putredine e lavato alla presenza di tutti, affinchè tutti vedessero non solo che la vita era tornata in un corpo morto, ma che le sue ferite si erano cicatrizzate, che la sua carne era tornata integra là dove prima c’erano solo piaghe ulcerate.
Gesù pianse davanti alla tomba dell’amico. Una testimonianza d’amore, pensarono in tanti. Era anche questo, ma non solo. Gesù pianse avendo coscienza che il Suo terribile sacrificio sarebbe stato utile solo per pochi; per i pochi che avrebbero creduto e si fossero convertiti. Pianse anche perché ebbe la visione mentale della Sua prossima morte. Egli era Dio, ma era anche Uomo. Conosceva l’orribile supplizio che lo aspettava. Agli esseri umani Dio risparmia la sofferenza di conoscere il proprio futuro, ma a Suo Figlio neanche questa sofferenza fu risparmiata. Nessuna sorte fu più triste della Sua: morire per amore sapendo che di quell’amore solo pochi avrebbero usufruito; perché il mondo e Satana sarebbero stati più forti della Verità. Di quella Verità rappresentata dal Figlio di Dio incarnatosi in un corpo d’uomo.
L’ESPERIMENTO DEL DOTTOR GARLASCHELLI
Diverse volte negli anni scorsi, quale responsabile del Premio scolastico San Gennaro (iniziativa promossa dal Comitato Diocesano), mi sono ritrovato in cattedrale a parlare agli studenti di scuole medie o superiori del prodigio della liquefazione del sangue di San Gennaro.
Definirlo prodigio è una decisione della Chiesa che, prudentemente, non si assume la responsabilità di chiamarlo miracolo perché ciò equivarrebbe a dire che a volere la liquefazione sia Dio “in persona”. Il miracolo, infatti, ha origine solo divina mentre il prodigio è un portento (cioè un fatto straordinario come il miracolo), ma di cui non si comprende bene la natura. Per dirlo con altre parole sia il miracolo che il prodigio sono fenomeni eccezionali, simili ma non uguali. Se volessimo immaginarli come i pioli di una scala il prodigio sarebbe posto uno scalino più in basso del miracolo.
Se la definizione corretta è quindi quella del prodigio, è pur vero che nell’accezione popolare lo scioglimento del sangue racchiuso nei due balsamari della cappella del Tesoro è dai napoletani, ma non solo dai napoletani, ritenuto un miracolo. Un miracolo che quando si verifica (come si è verificato il 19 settembre scorso) viene interpretato come un presagio positivo, come un buon augurio. La scienza, che ha come sua caratteristica quella di procedere col metodo induttivo basato sulla sperimentazione, sulla raccolta dei dati e sulle verifiche, spesso e volentieri cerca di trovare una spiegazione razionale dei fenomeni avvolti nel mistero.
Non poteva sfuggire alla curiosità dei ricercatori la prodigiosa liquefazione del sangue del nostro patrono. Due le spettrografie praticate nel tempo sul contenuto delle due antichissime ampolle. La prima fu eseguita nel 1902; la seconda, con mezzi più moderni, nel settembre del 1988 dal famoso sindonologo, Pierluigi Baima Bollone, che confermò il risultato della prima. Da entrambe emersero infatti i colori tipici dell’emoglobina, che è una componente del sangue (l’esame spettrografico consiste nel fare attraversare una sostanza - nel nostro caso le ampolle col sangue - da un fascio di luce monocromatica e, dallo spettro di colori che ne fuoriesce, si comprende, in linea di massima, quali sostanze chimiche la compongono). Va detto, però, che la prova principe per appurare, senza alcun dubbio, cosa si cela nei balsamari, la verifica più ambita dagli studiosi, sarebbe l’analisi completa di almeno una goccia di “sangue” estratta dal reliquiario. Un desiderio che i ricercatori non potranno mai soddisfare dal momento che la Chiesa non permetterà mai questo tipo di operazione che potrebbe rivelarsi pericolosa per l’integrità delle ampolle, sigillate con un mastice durissimo, coevo alla data del martirio. Tre anni dopo la spettrografia di Baima Bollone accadde qualcosa di molto inconsueto che attirò una specie di scomunica alla comunità scientifica da parte della Chiesa di Napoli. Cos’era accaduto? Che il 10 ottobre del 1991 la famosa rivista scientifica “NATURE" aveva pubblicato la notizia di una nuova sperimentazione sul sangue, eseguita da un team di scienziati italiani guidato dal professor LUIGI GARLASCHELLI. La piccola equipe, in tutto tre persone, comunicò al direttore di “Nature” di aver indagato sul prodigio attribuito al sangue di san Gennaro e di avere scoperto la causa delle liquefazioni. Si trattava secondo loro della TISSOTROPIA.
La tissotropia è la proprietà di alcune sostanze gelatinose di liquefare quando subiscono degli scuotimenti, cambiando in tali casi il loro stato solido in liquido. La sostanza, diventata liquida, riprende poi, in stato di quiescenza, l’effetto della coagulazione, cioè lo stato solido. Cosa avevano fatto Garlaschelli e soci? Avevano preparato in laboratorio una mistura tissotropica formata da cloruro di ferro, acqua e carbonato di calcio (sostanze disponibili nel 1389, anno in cui si ebbe notizia della prima liquefazione storica) seguendo una particolare procedura nella quale fu usato anche il cloruro di sodio. L’intruglio, assunse in poco tempo una consistenza gelatinosa dal colore bruno scuro simile al sangue raggrumato. La mistura, sottoposta poi ad un leggero agitamento, si liquefece. Tanto bastò, in mancanza di una risolutiva analisi del sangue contenuto nel balsamario, a convincere i ricercatori di aver trovato la soluzione dell’enigma.
Apriti cielo! La Chiesa di Napoli reagì sparando ad alzo zero contro i tre “incauti reprobi” e contro la rivista “Nature” con una serie di dichiarazioni al vetriolo fornite, però, di argomentazioni inoppugnabili. Una delle quali riferiva che la liquefazione della reliquia a volte non avveniva nemmeno dopo giorni di scuotimento dell’ampolla mentre in altri casi (com’è accaduto anche il 19 settembre di quest’anno) il sangue era già sciolto al momento dell’estrazione delle due boccette di vetro dalla cassaforte della Cappella del Tesoro. Alle critiche della Chiesa si unirono quelle di altri scienziati che contestarono sul piano scientifico l’esperimento di Garlaschelli. Insomma si scatenò una feroce polemica che si esaurì solo parecchio tempo dopo quando, calmatesi le acque, tutto rientrò nella sfera dell’ortodossia e le cose tornarono come erano prima. La “congiura della scienza contro San Gennaro era stata sventata”. Se da allora un velo di silenzio è sceso sulla vicenda è facile pensare che i dubbi di almeno una parte della comunità scientifica sull’origine del prodigio siano rimasti. Non così la fede dei napoletani né quella dei tanti seguaci di san Gennaro sparsi per il mondo. Per tutti loro il prodigio, anzi “il miracolo”, della liquefazione rimane prerogativa del patrono di Napoli e della regione Campania.
IL 1527: L'ANNO DEL PATTO
Non c'è nella storia delle relazioni tra SAN GENNARO e i napoletani un anno più importante del 1527, la data del patto tra la città e il suo Santo protettore. Al patto siglato quell'anno dobbiamo infatti la costruzione della CAPPELLA DEL TESORO, il sacello che ospita l'imbusto del Santo, le ampolle col suo sangue e le statue dei tanti altri santi compatroni.
Stiamo parlando di un "unicum" talmente fuori dall'ordinario che solo a Napoli poteva accadere e che solo a Napoli infatti accadde, a riprova del carattere del nostro popolo, della sua fede e della sua straordinaria fantasia. Il 1527 non fu un anno scelto a caso. Due furono le ragioni che indussero i napoletani a rivolgersi al Santo patrono in un modo tanto solenne, ufficiale e, perfino, burocratico.
Il 1527 fu l'anno della peste. Un'epidemia che solo a Napoli e dintorni provocò oltre 60mila vittime. Furono la paura e la disperazione causate dalla pestilenza, e la fiducia nelle capacità taumaturgiche del martire Gennaro, a suggerire alla cittadinanza l'idea del patto come extrema ratio. Ma il 1527 fu anche il trentesimo anniversario della traslazione delle ossa del Patrono da Montevergine a Napoli. Ma cosa accadde di preciso in quell'anno?
Accadde che gli Eletti (cariche equivalenti, più o meno, a quelle dei presidenti delle odierne Municipalità) dei SEI SEDILI di Napoli si riunirono davanti all'altare maggiore della Cattedrale per formalizzare un regolare PATTO NOTARILE. Era non a caso presente alla riunione un notaio, tale VINCENZO DE BOSSIS, con l'incarico di stipulare un rogito notarile tra i cittadini (rappresentati dai delegati dei Sei Sedili) e il corpo reintegrato di Gennaro (reintegrato perché trent'anni prima, nel 1497, le ossa si erano riunite al sangue contenuto nelle ampolle e ai frammenti del cranio presenti nell'imbusto angioino).
L'insolito documento sanciva l'impegno dei partenopei a costruire un nuovo sacello al Santo in cambio della sua protezione dalla peste. Insomma, in tutto e per tutto, un EX VOTO. Con il costituendo atto notarile gli Eletti si riservarono il possesso perpetuo della costruenda cappella; escludendo, a priori, ogni possibilità di ingerenza da parte della Chiesa.
È questa volontà, espressa in modo così palese, che ha garantito l'indipendenza della Cappella del Tesoro e dei suoi amministratori (la Deputazione di San Gennaro) per quasi 500 anni. Quel particolare rogito sancì anche la nascita di fatto della DEPUTAZIONE DI SAN GENNARO (l'organismo laico che da quella data custodisce le reliquie e il tesoro del Santo; e governa la Cappella contribuendo così ad alimentare il culto del Santo Patrono).
Questo sebbene poi la Deputazione si costituisse formalmente soltanto nel 1601. Per la difficoltà a reperire la forte somma occorrente la costruzione della Cappella iniziò con notevole ritardo. La posa della prima pietra avvenne infatti nel 1608.
Lo splendore che oggi si para davanti ai nostri occhi entrando nella Cappella del Tesoro richiese ben 38 anni di lavoro.
La raccolta degli oboli (tutti i cittadini parteciparono con generosità, spesso sacrificandosi, al reperimento dei soldi necessari) iniziata subito dopo la stipulazione del patto non terminò che con la costruzione del sacro sacello.
Tra le due date erano intercorsi 119 anni, tanti sacrifici e calamità di vario genere, ma il risultato finale fu superiore ad ogni aspettativa compensando tempo, fatiche e stenti.
Se San Gennaro poteva ritenersi soddisfatto i napoletani lo furono un po' meno perché per qualche anno ancora i flagelli non mancarono.
Alla peste, che continuò a mietere vittime fino al 1529, si unirono una tremenda carestia e un'infezione di tifo. La potenza di San Gennaro si manifestò ugualmente, ma in modo diverso. Terremoti in quegli anni non se ne registrarono, contrariamente a quello che si crede.
di Gennaro Giannattasio
SAN GENNARO E SANTA PATRIZIA: DUE FIGURE SIMBOLO DELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO DELLA CITTA’ DI NAPOLI
Napoli è l’unica città in assoluto che, oltre ad avere un santo patrono, annovera una schiera di ben 52 compatroni. Tra questi santi protettori di Napoli l’unico, anzi l’unica, che presenta forti e curiose analogie, come pure importanti differenze, con San Gennaro è Santa Patrizia. La santa bizantina è a buon diritto diventata uno dei simboli più importanti della nostra città, sia per la prodigiosa e periodica liquefazione del suo sangue di cui parleremo più avanti, sia per le affinità che la sua storia presenta con quella della mitica e leggendaria fondatrice di Napoli: La Sirena Partenope.
Da oltre 1700 anni San Gennaro rappresenta la quintessenza della napoletanità per il suo rasserenante prodigio che, quando non avviene, equivale per molti ad un presagio di sventura. Un prodigio tanto famoso quanto compiuto con relativa parsimonia: tre volte all’anno e mai del tutto scontato. La celebre liquefazione è attesa con fervore da tutto il popolo napoletano. Nelle date canoniche la Cattedrale e la chiesa di santa Chiara sono infatti strabocchevoli di gente che invoca “il miracolo” e che si lascia andare a un forte e liberatorio applauso una volta che nella teca le due ampolle lasciano trasparire lo scioglimento dei grumi di sangue.
L’incertezza del prodigio e la sua scarsa frequenza sembrano anomalie quando le compariamo alla settimanale (il fenomeno avviene ogni martedì mattina nella chiesa di San Gregorio Armeno) e regolare fusione del sangue della santa vergine di Costantinopoli. Un evento “miracolistico” molto più discreto dell’altro, che non vede la partecipazione di folle oceaniche proprio a causa, probabilmente, della sua assidua frequenza.
Profonde, d’altra parte, sono pure le differenze sull’origine e sulla causalità delle due liquefazioni. Il sangue di san Gennaro venne raccolto in due balsamari appena dopo la sua decapitazione. Quello di Santa Patrizia sgorgò, circa un secolo dopo la sua morte, in seguito a un sacrilego tentativo di furto che sembra quasi un intervento odontoiatrico: l’estrazione di un dente dalla salma.
Per capirci un po’ di più dobbiamo ricostruire sinteticamente quale fu la vita della santa. Nobile, ricca ed imparentata con l’imperatore d’Oriente, Patrizia viveva a Costantinopoli dov’era nata. Casta e pura, la giovanissima Patrizia aveva rinunciato, per amore di Cristo, sia ad una vita agiata che al matrimonio. Il suo sogno era infatti quello di consacrarsi a Gesù. A questo scopo aveva donato il suo immenso patrimonio ai poveri e poi, per sfuggire, forse, all’imposizione di un matrimonio si era imbarcata per la Terra Santa. Una tempesta fece cambiare rotta alla sua nave che naufragò nel mare della nostra città. La giovane si salvò a stento. Secoli dopo la leggenda s’impadronì di questo fortunoso approdo trovando una somiglianza tra l’esperienza di Patrizia e quella simile, avvenuta molto prima, della sirena Partenope. Entrambe vergini; entrambe arrivate a Napoli via mare e poi morte sull’isolotto di Megaride; entrambe amatissime dai napoletani. Alla morte della santa le sue spoglie furono accolte dalle suore dell’oratorio di Castel dell’Ovo da lei fondato, secondo la leggenda. Spoglie che diventarono meta di pellegrinaggi di malati che cercavano miracolose guarigioni.
Un secolo dopo la sua morte (datata al 665 d.C.) un pellegrino arrivato da Roma fu guarito dalla santa. Prima di ripartire chiese alle suore il permesso di fare una veglia di preghiera vicino alle spoglie mummificate. Avuta la concessione l’uomo non resistette alla tentazione di impadronirsi di una reliquia. La scelta cadde su un dente. Una volta estrattolo dalla bocca della santa uno zampillo di sangue vivo fuoriuscì dalla gengiva violentata. Le suore, subito accorse agli urli del pellegrino, raccolsero in due ampolle il liquido ematico e lo conservarono. La notizia del prodigio si sparse velocemente in tutta la città. Col tempo il sangue inaridì e solo nel 1600. per caso, riprese a liquefarsi con periodica cadenza.
Se i napoletani si sono, per così dire, assuefatti ad un prodigio che, ripetendosi così spesso, dà l’impressione di essere quasi un fatto normale, ben altra impressione ed interesse la santa riscuote presso i turisti che da tutto il mondo si recano in visita prima da Gennaro – la precedenza, si sa, è dovuta al patrono, martire popolarissimo – e poi da Patrizia, compatrona della città. E’il loro affetto, e quello di tutti i fedeli, a “decretare” una connessione simbolica tra due figure che a buon diritto fanno parte sia della storia che dell’albero genealogico della nostra meravigliosa città.
Prof. Gennaro Giannattasio
Testo : Napoli, 3 maggio 1777: la cantata per san Gennaro nel seggio di Portanova attraverso le lettere di Antonio di Gennaro ad Aurelio Bertola
Con grande piacere vi presentiamo un contributo di particolare rilevanza del Prof. Giovanni Picciafoco, un esperto nella storia della musica e della cultura napoletana. In riferimento alla nuova sezione del nostro sito, intitolata "Terza Pagina Culturale", siamo entusiasti di condividere con voi una sua significativa iniziativa di divulgazione di un opera che fa parte della collana scientifica «Quaderni del Conservatorio “Carlo Gesualdo da Venosa”» di Potenza che si concentra su una composizione musicale del Settecento dedicata al nostro amato Santo Patrono, San Gennaro.
La ricerca del Prof. Picciafoco non solo mette in luce l'importanza di questa composizione nel contesto musicale dell'epoca, ma offre anche spunti di riflessione sul suo significato culturale e spirituale per la comunità. Siamo certi che questa pubblicazione stimolerà interesse e curiosità, contribuendo a una maggiore valorizzazione delle tradizioni musicali associate a San Gennaro.
Vi invitiamo a leggere con attenzione questo prezioso contributo e a scoprire le affascinanti intersezioni tra fede, musica e cultura che caratterizzano il ricco patrimonio della nostra comunità.
"Gesù e le parole del 4° Discorso della Montagna"
del Prof. Gennaro Giannattasio
È con grande entusiasmo che presentiamo in questa sezione il nuovo articolo del Prof. Gennaro Giannattasio,
In questo breve scritto, si esplora in modo approfondito uno dei passaggi più significativi degli insegnamenti di Gesù. Attraverso un'analisi attenta e contestualizzata, l'autore mette in luce non solo il valore teologico del discorso, ma anche la sua rilevanza pratica per la vita quotidiana dei credenti.
Con una penna acuta e un approccio riflessivo, il Prof. Giannattasio invita i lettori a porsi domande fondamentali sul significato della fede e dell'etica cristiana, nel tentativo di comprendere come le parole di Gesù possano ancora oggi illuminare il nostro cammino.
Invitiamo a scaricare il files e leggere con interesse questo breve ma articolato studio, che non solo arricchisce la nostra conoscenza della Scrittura, ma stimola anche una profonda riflessione personale su come tali insegnamenti possano essere applicati nella vita di tutti i giorni.
Non perdere l'opportunità di immergerti in questo scritto, ricco di spunti e di ispirazione!
Gentili Associati,
siamo lieti di informarvi che su questa pagina culturale è stato pubblicato un manualetto intitolato "Esperienze sul Cammino di Santiago", scritto dal nostro associato Gerardo Palmese. Il manualetto è ora disponibile per il download direttamente dal sito.
Vi invitiamo a consultarlo per scoprire le preziose esperienze e informazioni che Gerardo ha condiviso con noi.
Non perdete l'opportunità di arricchire la vostra conoscenza su questo affascinante percorso!
Cordialmente,
L'Addetto Stampa Prof. Gennaro Gianattasio
RICORDO DELL'ON. GENNARO ALFANO, L'INDIMENTICABILE PRESIDENTE DEL COMITATO DIOCESANO SAN GENNARO